Articolo di il7 – Marco Settembre su MarteMagazine

<< Parlando di Statale 66, dobbiamo, perbacco, evitare una buona volta di sentirci così disperatamente italiani nonostante Berlusconi e non pensare quindi che ci sia di mezzo la strada che unisce Firenze a Pistoia e si spinge anche oltre; infatti questa passa attraverso paesotti come Carmignano, Borghetto, Pontepetri, e rasenta persino Mammiano!, mentre il percorso artistico dei Statale 66 attraversa regioni feconde della storia della musica collegando Elvis, Chuck Berry e Buddy Holly, mettendoli in collegamento con i Beach Boys ed i Beatles e connettendoli con l’influenza classica di Beethoven e Debussy. E bisogna aggiungere che sul palco non piazzano una biglietteria automatica di quelle che stanno ai caselli autostradali, ma presentano un front-man come Alessandro Meozzi, anima del gruppo, cantante e chitarrista, arrangiatore e maggior compositore tra i quattro componenti. Con questi aiutini sarete arrivati ad intuire che l’orientamento di questa formazione è beat e psichedelica, ma va specificato che non si portano dietro un impiastrante blob di nostalgia (anche se alcuni di voi l’avrebbero desiderato; tranquilli, non è patologico!) perché sono piuttosto una rock band di oggi che non ha rotto i ponti col passato ma anzi ne ha gettati di nuovi, col pubblico, in tutti i palchi conquistati con sudate esibizioni fino a notte fonda, e con diversi, quasi impensabili universi dell’im-maginario, quale quello della scrittura del grande Kafka, alla cui messa in scena teatrale de “Il castello” hanno saputo offrire una colonna sonora dal vivo (poi pubblicata su CD) che ora il pubblico di quelle serate non saprà facilmente sostituire, tale è stata la forza del loro adattamento empatico allo spirito dello scrittore praghese e all’allestimento scenico di Giorgio Barberio Corsetti. E non finiscono qua i loro atout: il gruppo rappresenta il fiore all’occhiello della etichetta discografica G&M Recorfonic (nata infatti appositamente per produrre gli Statale 66) di Claudio “Greg” Gregori (di Lillo e Greg) e Luca Majnardi (trombettista dei “Blues Willies”). Lo stile interpretativo, l’aspetto scenico e le composizioni ripropongono in chiave opportunamente aggiornata il mood degli artisti inglesi ed italiani che si esibivano tra fine ‘60’s e inizio ‘70’s, e spesso tra i pezzi originali vengono riproposti alcuni beat e rock’n’roll, rivisitati attraverso l’influenza dei grandi compositori italiani per il cinema, come i maestri Nino Rota ed Ennio Morricone. “Sogno di pioggia”, con il video a-pero da una grafica multicolore psichedelica in stile Beatles e poi articolato su foto di scena dei componenti del gruppo vestiti come se avessero scambiato la regina viarum, l’Appia Antica, la location, per Abbey Road, è un pezzo retto da un serafico arpeggio decò acustico, utilizzato come letto ritmico su cui si stendono accordi slide sognanti e percussioni morbide. Si aggiunge il tamburello ed il controcanto della corista, apparato quantomai convincente per suggerire di prendersela comoda e non affannarsi, perché con un pizzico di filosofia da “flower power” forse c’è ancora una possibilità che il mondo ci venga incontro. “Minigonna blu” è invece il tipico pezzo beat, con un avvio lento in crescendo per scelta di cadenza, ma presto timbrato con vivacità dall’epiteto portante, emozione sospesa tra spensieratezza e tenue simbolismo sognante: sarà un trip dell’”estate dell’amore” vissuto con le lenti colorate azzurre, o la signorina emancipata ma di buona famiglia portava la minigonna blues come habitus mentale? La voce interpreta tutte le pieghe dell’epoca senza disdegnare passaggi in falsetto, e assecondato da un ensemble che vira lievemente dall’up tempo alla ma-zurka ricadendo simpaticamente, a parte l’assolo disinvoltamente swingato di chitarra, nel versante imitativo italiano della ricca ondata britannica. “Mr Hyde” è invece un blues fast e malandrino d’altri tempi, sostenuto e con coretti di circostanza e con profluvio di stop&go, proposto col manierato cinismo minaccioso d’un rubacuori che ha perso la pazienza con la bella tira-e-molla, tanto da avvisarla che potrebbe finire con qualcuno di peggio; la contestazione underground è tenuta ancora fuori, qui il motore è ancora l’emancipazione ses-suale personale, che si attua facendo il rocker per effetto del gridolino d’ordinanza alla Chuck Berry. “Notte a metà” ha le strofe sospese in un mood da balera, col basso profondo, ma il ritornello provvisto di note lunghe apre al Merseybeat, per poi tornare al jazz da night, in un mix vintage agrodolce. “Fuga”, per concludere, su un ritmo marziale ma leggero, giusto un po’ beffardo, ammicca a strutture classiche ma con la leggerezza di un “capriccio”; si tratta solo di uno spunto condotto da una chitarra sagomata a spigoli ritmici doppiata dal basso, che allude alla fuga dei mods e dei beat, superati dal blues rock più tosto, verso territori più ibridi e avanzati come la psichedelìa ed il progressive. Proposta garbata, quella degli Statale 66, che rivitalizza la malinconia restituendo con enorme passione corpo a sonorità sempre vagheggiate nella memoria.>>

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